Diceva Aristotele: “Chi non è in grado di entrare in una comunità, o per la sua autosufficienza non sente il bisogno di essere parte della società, o è bestia o è dio”.
Questa considerazione del grande filosofo greco è quando mai attuale; la società, in Grecia, veniva prima dell’individuo e questi si sentiva realizzato grazie al riconoscimento sociale, l’uomo era uno “zoon politikon”, cioè un “animale politico” o, più correttamente, come affermava Marx ne “Il Capitale”, “animale sociale”. Tralasciando le considerazioni di natura politica o di filosofia marxista, che ci porterebbero troppo lontano dal nostro discorso, va esplicitato il concetto che nella società greca la personalità di un individuo si realizzava solo quando era inserito in un contesto sociale nel quale si sentiva utile, partecipe del benessere collettivo.
Questa è la vera democrazia che i greci hanno codificato e trasmesso.
Purtroppo, nella società di oggi, anche nei Paesi cosiddetti “democratici”, l’individuo non è più parte inscindibile nella costruzione di una Società di Benessere, fondata sui tre principi fondamentali di tutte le Costituzioni repubblicane: legalità, fraternità, uguaglianza. In questi tre termini sono racchiusi tutti i principi, diluiti in una serie di disposizioni, che hanno per scopo ultimo quello di creare una società dove sono riconosciuti i diritti di ognuno, senza distinzione di razza, di ceto, di sesso, di religione.
Si è avuto, però, specie negli ultimi decenni, un cambiamento radicale nella struttura sociale dei Paesi democratici, dovuto alla rivoluzione tecnologica ed alle leggi del mercato, che esigono efficienza, produttività e risultati. Questa trasformazione ha reso gli esecutori del lavoro sociale individui impersonali, dove il “valore” di una persona non è più definito e valutato in base al comportamento sociale, cioè verso il prossimo, ma solo in rapporto alla sua capacità tecnologica e produttiva: tanto più vali quanto più produci, la tecnica al servizio dell’utile e del mercato. Questo comporta una spersonalizzazione del proprio “io” , che deve rinunciare ai sentimenti, alle emozioni, ma freddamente cercare di essere “il primo”, per ottenere di più, non solo per aumentare gli utili societari, ma anche e soprattutto che da questi utili ne ricavi la possibilità di soddisfare i “suoi” bisogni personali, sempre più ambiziosi. Questa è la legge della Società del Benessere!. Il risultato è la cosiddetta “solitudine del proprio cuore”, come la chiamava Alexis de Tocqueville, ne “La Democrazia in America”.
Si perde il senso sociale, inteso come contatto, come compartecipazione, come emozione collettiva. La causa ovviamente non è una scelta programmata di voler vivere così, ma la mancanza di riferimenti sociali che non siano quelli legati al mercato dell’utile. E’ una corsa affannosa, globale, micidiale, perché se si rimane indietro si viene escluso e impietosamente relegato in un altro settore della società, quello dei “paria”, dove ogni giorno è una lotta per la vita, non quella del benessere, ma della sopravvivenza. Diventa una società dell’individualismo, dove ognuno pensa per se, e, per realizzare le finalità di questa società pluri- egoistica, si perde ogni riferimento alla natura, alla storia, alla possibilità di incontro con l’altro, che non esiste perché è un ostacolo all’affermazione del proprio “io”.
La considerazione più tragica che si ricava da questo tipo di società è l’assoluta assenza dei giovani, che bivaccano in quella fascia di età dove, non avendo ancora i requisiti di inserimento nel meccanismo tritatutto, ma piena di desideri ambiziosi di possesso, cadono in una spirale di vuoto esistenziale; la conseguenza è che o si inseriscono nel mondo del guadagno facile (droga, commercio illecito, etc.) o si rinchiudono in se stessi , rifuggendo dai contatti sociali e vivendo come automi o davanti al computer (in cerca di che?) o nel vuoto mentale e fisico, quello che i giapponesi per primi hanno chiamato hikikomori, cioè scappare dalla vita sociale.
Che cosa fare? È difficile dare risposta, solo se cambia la struttura della nostra società si può vedere la luce; finché il mondo si sveglia al mattino ascoltando il bollettino della Borsa e le uniche preoccupazioni dei governi sono quelle di azzerare il bilancio negativo del PIL, ci sono poche possibilità di uscire dal tunnel.
Anche la terribile esperienza del Covid, che sembrava aver riportato un po’ di sentimento e altruismo, si sta rivelando effimera, man mano che scende l’indice di contagio si ritorna a parlare solo di investimenti e ripresa economica, e la notizia che fa più piacere a tutti è che il PIL torna a salire, tutto il resto passa in seconda linea.
Povero Aristotele!
Pasquale Simonelli







