L’11 Aprile 1963 il papa “buono” Giovanni XXIII pubblicò l’enciclica “Pacem in terris”, che, purtroppo, fu l’ultimo Suo atto pubblico perché il 3 giugno successivo moriva per un cancro allo stomaco. Questa enciclica, a sessant’anni dalla sua diffusione in tutto il mondo, è di una attualità drammatica: allora l’intervento di Papa Giovanni fu uno degli atti che evitarono lo scoppio di una nuova guerra mondiale per l’installazione provocatoria di missili sovietici a Cuba. Oggi il dramma si ripropone per la follia putiniana di invadere l’Ucraina.
Già scrissi, all’indomani dell’annessione forzata della Crimea alla Russia, di come lo zar Putin, ripetendo una tragica farsa che richiamava alla memoria dei più anziani o di chi masticava un po’ di storia l’Anschluss di Hitler nel 1938, quando, con un colpo di mano, e facendo leva su un improbabile sentimento filogermanico degli austriaci, occupò senza colpo ferire l’Austria, annettendola alla Germania, e poi, con un plebiscito forzato, il 10 aprile dello stesso anno, dichiarandola provincia tedesca.
L’annessione della Crimea fu una farsa peggiore di quella dell’Austria alla Germania: protetto da migliaia di soldati, carri armati, navi da guerra, aerei, si è fatto finta di indire elezioni referendarie chiedendo alla Crimea se volesse rimanere con l’Ucraina o andarsene con la Russia. Episodio di inaudita violenza politica, sul quale il mondo è rimasto a guardare: saggezza o impotenza?, sta di fatto che questo silenzio ha portato all’attuale guerra Russia –Ucraina, che sta causando migliaia di morti in entrambe le forze, con tutte le conseguenze geopolitiche che stanno investendo il mondo e creando crisi economiche di portata inimmaginabile e non si sa quando finirà questo assurdo conflitto.
Ed ecco che la “Pacem in terris” ci colpisce in maniera profetica e ci pone di fronte alla coscienza il dilemma se esiste o no una “guerra giusta” o “guerra difensiva”: papa Giovanni nell’art.67 della Sua enciclica afferma con chiarezza “che la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia è del tutto irragionevole (alienum a ratione)”.Questa forte dichiarazione prende decisamente le distanze dalla precedente tradizione ecclesiale che “giustificava” la guerra difensiva: ogni tipologia di guerra va condannata, perché non ha mai risolto alcun problema, ma ha aggravato quelli preesistenti alla guerra, perché inevitabilmente si aggiungono, alle presenti cause che hanno scatenato il conflitto, nuova povertà, famiglie distrutte, beni materiali, artistici, espressione della capacità creativa dell’uomo, ridotti in cenere, senza dimenticare l’enorme spesa per gli armamenti che da sola risolverebbe i problemi di povertà e i conflitti che ne derivano.
L’uomo purtroppo non ricava esperienza dai cataclismi delle guerre, perché possiede un DNA genetico di tendenza all’aggressione, alla prevaricazione, per la paura atavica di difendersi attaccando: homo homini lupus (Hobbes).
La “Pacem in terris” pone, di fronte alla coscienza di cristiani e non, l’assurdità della guerra, in un periodo della storia in cui l’uomo si è dotato di armi distruttive che possono causare la fine dell’umanità: l’atomica con tutti gli accessori nucleari, le armi chimiche e batteriologiche etc.etc..
Su queste considerazioni apocalittiche papa Giovanni si rivolge in primis agli “operatori di pace” e poi a “tutti gli uomini di buona volontà”; non dimentichiamo che Gesù quando comparve nel Cenacolo agli apostoli, sgomenti e afflitti per averlo visto morire in Croce, li salutò dicendo :” Pace a Voi”.
Ritornando all’Enciclica notiamo che il richiamo alla pace è fondato sui famosi quattro pilastri che la sorreggono e la caratterizzano (art. 18): verità, giustizia, amore, libertà. Questi valori sono indispensabili e si integrano l’uno con l’altro per creare un “mondo nuovo” e un “uomo nuovo”, cioè un mondo nel quale vengano meno le diseguaglianze che sono all’origine dei conflitti e dove la logica della separazione e della opposizione lasci il posto alla cooperazione tra i singoli e la Nazione, cioè amore = solidarietà.
Il valore più forte dell’Enciclica è appunto quello dell’amore, definito da papa Francesco “carità sociale”, cioè un amore che dovrebbe far cadere tutte le barriere fisico-geografiche e culturali e unire tutti i popoli in un’unica famiglia in nome dell’appartenenza alla stessa natura e, per i cristiani, essere in Cristo figli dello stesso padre e dunque fratelli.
Continua papa Giovanni suggerendo che la realizzazione del progetto di pace deve essere assunto dalle Nazioni come responsabilità politica, cioè non demandata ai soli governanti, ma deve coinvolgere tutti i cittadini in ogni parte del mondo, con la nascita di una nuova coscienza animata da una forte tensione morale.
Nell’art.44 dell’Enciclica si legge: ”è un’esigenza della loro dignità di persona che gli esseri umani prendano parte attiva alla vita pubblica……attraverso tale partecipazione si aprono nuovi e vasti campi di bene, mentre i frequenti contatti fra cittadini e funzionari pubblici rendono a questi meno arduo cogliere l’esigente obiettivo del bene comune e l’avvicendarsi dei titolari nei poteri pubblici impedisce il loro logorio e assicura interventi in rispondenza “dell’essere sociale”.
Alla luce di questa ultima considerazione ecco che si inserisce in maniera forte e determinante l’importanza e l’universalità del Rotary: il nostro impegno deve essere a 360° e rivolto a creare buoni propositi negli uomini, per spingerli alla fratellanza ed alla pace. La nostra diffusione capillare, in circa 160 Paesi del mondo, con la reclutazione di persone rappresentative delle più varie attività socio-economiche, può essere di forte incoraggiamento alle autorità, ai governi, e a chi comunque detiene il potere, per stimolarli a battersi per un servizio sociale che impegni l’uomo ad una nuova visione del mondo, ad un nuovo stile di vita, ad un nuovo senso etico. Solo se avviene questo cambiamento l’umanità si potrà salvare.
Pasquale Simonelli







