L’anno appena trascorso è stato interessato da numerosi eventi dedicati al centenario della nascita di Don Lorenzo Milani, un grande della storia del nostro paese. Maestro, sacerdote, ma soprattutto un grande uomo, noto per il suo impegno nella promozione dell’educazione e della giustizia sociale, in particolare tra i giovani provenienti da contesti svantaggiati. Testimone coerente e scomodo per la comunità civile e per quella religiosa del suo tempo. Battistrada di una cultura che ha combattuto il privilegio e l’emarginazione, che ha inteso la conoscenza non soltanto come diritto di tutti ma anche come strumento per il pieno sviluppo della personalità. Don Lorenzo Milani nasce a Firenze il 27 Maggio 1923 in una colta famiglia borghese. Dopo un primo interesse per la pittura, il giovane Lorenzo vive un intenso momento spirituale che lo porta ad entrare in seminario nel 1943. Ordinato sacerdote nel 1947 viene inviato a San Donato di Calenzano nei pressi di Firenze, come cappellano coadiutore di un anziano parroco. Questa esperienza lo mette in contatto con una realtà rurale arretratissima, caratterizzata da povertà economica e culturale che lo colpisce molto. I suoi parrocchiani sono braccianti, pastori ed operai per lo più analfabeti. Don Milani si convince che sia dovere della Chiesa occuparsi dell’istruzione dei suoi fedeli soprattutto dei più deboli. Questa è stata la sua profonda intuizione. Consapevole dell’importanza della cultura per una speranza di riscatto sociale, organizza con grande determinazione una scuola popolare per contadini e operai, per dare a tutti ciò di cui si sentiva spiritualmente responsabile. Si rende conto della profonda ingiustizia sociale e intuisce che la maggiore ingiustizia sta nel non possedere la “parola”. Diceva, infatti, “ La parola è la chiave fatata che apre tutte le porte”. La novità assoluta della scuola e dei suoi contenuti non viene però compresa e fa sorgere presto diffidenza e ostilità. Don Milani, un uomo scomodo, esigente, provocatore, viene isolato, allontanato e nominato Priore di Barbiana, un piccolo paesino sui monti del Mugello,124 abitanti in tutto, una chiesa, una canonica, un cimitero e una manciata di case sparse sui monti. Un angolo sperduto lontano dall’Italia del boom economico. Appena arrivato Don Milani fa un gesto simbolico, costruisce dal nulla e nel nulla la sua scuola popolare per giovani operai, contadini, acquista un posto nel piccolo cimitero di montagna. E’ proprio a Barbiana che don Milani fa la sua esperienza più forte. Si occupa dei ragazzi che per vari motivi sono stati emarginati dalla Istituzione scolastica ufficiale. Si preoccupa di aiutarli a liberare la loro dignità e la loro cultura attraverso la “parola” per essere meglio in grado di affrontare le difficoltà della vita. Quella di Barbiana è una scuola all’avanguardia si studiano le lingue, si organizzano viaggi di studio all’estero, si tengono lezioni di recitazione per far superare le timidezze dei più introversi. Nella scuola di Don Milani si studia 12 ore al giorno e 365 giorni l’anno. L’insegnamento religioso non ha nulla di ortodosso, si legge il vangelo ma senza il tentativo di indottrinare i ragazzi. Il motto della scuola di Don Milani è: “ I care” cioè mi riguarda, mi sta a cuore, mi prendo cura. Alle pareti è appeso un mosaico fatto dai ragazzi della scuola, raffigura un ragazzo con l’aureola intento a leggere un libro, è il nuovo Santo di Barbiana, il “Santo Scolaro”. Nel 1967 Don Milani scuote la chiesa e tutta la società italiana con un libro dal titolo: “Lettera a una professoressa”, scritto insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana. Il libro denuncia l’arretratezza e la disuguaglianza presenti nella scuola italiana, che scoraggiando i più deboli e spingendo avanti i più forti sembra essere ispirata da un principio classista e non di solidarietà. Un atto d’accusa verso l’intero sistema scolastico. Il libro però riceve un’ accoglienza fredda, un’unica eccezione illustre Pier Paolo Pasolini. Soltanto dopo la morte del Priore, il libro diventa un caso letterario diventando uno dei Testi “sacri” del 68 italiano. “Lettera a una professoressa” diviene simbolo di cambiamento per una scuola veramente per tutti. A causa di una grave malattia Don Milani si spegne a soli 44 anni, era il 26 giugno del 1967. Così come aveva chiesto viene seppellito nel piccolo cimitero di Barbiana con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna. Le ultime parole del suo testamento sono ancora rivolte ai suoi ragazzi: “ Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. In questa frase penso sia racchiusa la sua grandezza e la sua straordinaria capacità di amare.
I care
Emilia Conte







