Sono passati solo tre anni da quando scrissi per il nostro giornalino un articolo che prendeva le mosse dal grande e tragico appello che un grande Papa, Giovanni Paolo II, da Santiago di Compostella inviava alla “vecchia Europa”.
Correva l’anno 1982 e si teneva l’incontro con la gioventù: sono passati più di 40 anni e mai è sembrato così attuale.
In questo momento la nostra civiltà occidentale viene continuamente messa in discussione e deplorata, senza tenere in nessun conto le conquiste umane, civili e tecniche che ha dato e dà ad un mondo che in larga parte le usa e le disapplica senza venir toccato da critica alcuna.
I movimenti Woke e cancel culture, nati negli USA hanno fatto sentire i loro nefasti effetti su molta parte del pensiero nostrano dove il politicamente corretto tiene sempre banco.
Molte considerazioni portano a concludere che a troppa gente la questione se certe affermazioni siano vere o meno false risulti indifferente se utili e strumentali alla loro parte politica.
E con questo siamo al cuore della grande questione attuale oggetto di questa breve riflessione sulla diffusione crescente del pensiero ideologico.
Un pensiero che ha invaso ogni campo, dalla biologia all’etica, dalla alimentazione alla medicina, e così via.
Ora dobbiamo riflettere che l’ideologia nasce quasi sempre nella contrapposizione ad una realtà concreta che viene demonizzata per la costruzione di un mondo alternativo, astratto, perfetto nella sua illusorietà, nel quale la società e l’intera umanità vengono riprogrammati e così un uomo nuovo, immune da difetti e conflitti, può raggiungere la perfezione sociale e la felicità.
Con ogni evidenza siamo in presenza di un delirio scientista e pseudoreligioso.(E. Capozzi).
I guai vengono quando la politica si ispira a questi principi, perché i loro sostenitori, in vista di tanto fine, non sono alieni da metodi, diciamo così, impositivi e la cronaca e la storia ci ricordano il carico di violenza, carcere, fine di ogni libertà, povertà e degrado civile che hanno contrassegnato i paesi dove hanno preso il potere.
Nel 1928 un sociologo americano enunciò il suo famoso teorema, chiamato appunto Teorema di Thomas che enuncia: “Se gli uomini definiscono alcune situazioni come reali, esse saranno reali nelle conseguenze.”
Con la comunicazione di massa si avvera una seconda profezia: “Una bugia è una bugia, ma ripetuta un milione di volte diventa una verità”.
Uniamo le due previsioni e capiremo meglio molte cose.
La sollevazione recente del mondo agricolo europeo è l’atto finale , prevedibile e perfino tardivo di una contestazione radicale all’ideologia dell’ambientalismo apocalittico, cos’ come applicato da una classe politica e da una burocrazia rinchiusa in una realtà scollegata.
Gli imprenditori e coltivatori europei e la stragrande maggioranza dei cittadini hanno da tempo sperimentato sulla loro pelle le conseguenze delle loro decisioni sulla riqualificazione ambientale all’insegna del “Non si Tocca”, sulla politica alimentare, sull’incubo della riqualificazione dei fabbricati, sulla follia della riconversione all’elettrico sulle macchine agricole e su. quelle operatrici
Tutte obbligatorie per noi e bellamente ignorate dal resto del mondo, laddove le emissioni europee rappresentano solo il 4% del totale.
Se le norme per il mondo agricolo verranno estese al mondo industriale prepariamoci a vedere ben altro dei trattori.
Sui cambiamenti climatici, sull’emissione del CO2, e sull’inquinamento non azzardo verbo, faccio solo rilevare che i grandi consessi sovranazionali hanno ascoltato ed applaudito le relazioni di una sedicenne pasionaria, rifiutando di ascoltare l’appello proposto da oltre 100 scienziati di chiara fama fra cui fisici, matematici climatologi, alcuni dei quali insigniti dal Nobel.
Qualche anno fa un grande pensatore; si fa per dire, teorizzò la decrescita felice: di tale filosofia non è stata scritta la prima parola che già oggi se ne può constatare la follia e le tragiche conseguenze.
Oggi l’Europa, come auspicava Papa Giovanni Paolo II, deve ritrovare le sue radici ed il suo orgoglio, orgoglio della propria cultura e della propria identità che troppo spesso vengono messi in discussione.
Alla fine della seconda guerra mondiale coltivammo l’idea che l’aspirazione dei popoli alla pace, alla libertà, alla giustizia sociale avrebbe aperto una nuova era e che la creazione di organismi sovranazionali di apertura mondiale avrebbe avviato un modo nuovo e migliore di dialogo fra i popoli, e che il nucleare avrebbe creato una deterrenza efficace.
Basta riguardare le cronache di questi 80 anni per dire sconsolati che non avevamo capito niente.
Oggi sappiamo che funzionari ONU erano terroristi, che alla presidenza per i diritti delle donne siede l’Iran, abbiamo visto Il Segretario generale depistarci sul Covid e che miliardi di denaro erogati per le popolazioni sono stati impiegati per usi bellici.
Un’ulteriore bomba a tempo minaccia la nostra civiltà: il multiculturalismo.
Concetto condivisibile quanto pressoché impossibile da realizzare, come hanno sperimentato stati con più vasto passato coloniale.
Noi oggi ci confrontiamo con culture che non hanno dubbi di sorta, organizzate secondo modelli plurisecolari, con una religione immodificabile nei suoi dogmi di comportamento individuale e sociale divenuto un modello identitario che si perpetua di generazione in generazione.
Chi pensa di integrarli nella nostra cultura, salvo l’eccezione, commette un errore di valutazione mortale.
Ma con molti interlocutori questi discorsi non sono possibili: un eccesso di buonismo, scarsa informazione storica, fidelizzazioni ideologiche non rendono facile il colloquio.
“Credunt quod volunt” avrebbe concluso un romano antico, credono sia vero quello che desiderano.
Il Rotary nasce, cresce e opera secondo una cultura occidentale anche se i confini della sua azione sono quasi planetari.
A settembre nella sua lettera il Governatore poneva l’accento sull’istruzione che per i Rotariani è “strettamente collegata alla formazione, una formazione continua che dura tutto l’arco della vita, e che noi Rotariani abbiamo il diritto ed il dovere di formare e di formarci”.
Un appello di grande levatura morale e più attuale che mai.
Ercole De Cesare







