Vi torna mai in mente il costume tipico di Letino? Certamente ne ricorderete i ricchi decori, l’intreccio delle barre verticali e orizzontali angolate sulla gonna con, al centro, alcuni raggi protesi verso l’interno, il colore rosso vivo che indica lo status di donna sposata, la spilla elegante fra i capelli, l’inconfondibile mappelana che fascia la testa come una docile armatura. E avete mai sentito parlare delle lenticchie di Valle Agricola? O della lavorazione della farina di segale lungo la Piana delle Secine? Avete mai provato alcuni piatti della antica cucina dei carbonai? E, visto che siamo in tema, avete mai assistito alla preparazione di un catuozzo? Bene, ecco una piccola carrellata di ciò che viene definito bene culturale immateriale. Facciamo un passo indietro: nel 2004 viene emanato il D.lgs 42/20004. Di cosa si tratta? Del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Beni culturali e beni paesaggistici costituiscono, insieme, il patrimonio culturale. Dal 2007, anche in Italia, il patrimonio culturale non è soltanto materiale ma è anche – e forse soprattutto – immateriale, per effetto della firma che anche il nostro Paese ha apposto (era ora!) sulla Convenzione Unesco del 2003, quella che riconosce, appunto, il valore del patrimonio culturale cosiddetto immateriale. Con l’espressione patrimonio culturale immateriale la Convenzione Unesco fa riferimento a tutte le espressioni di identità culturale collettiva. Un traguardo raggiunto molto in ritardo, nel 2003 appunto, e recepito dal nostro Codice dei beni culturali e del paesaggio solo nel 2007, con l’introduzione dell’art 7 bis: “Le espressioni di identità culturale collettiva contemplate dalle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e per la protezione e la promozione delle diversità culturali […] sono assoggettabili alle disposizioni del presente codice qualora siano rappresentate da testimonianze materiali […]”. Continuiamo, dunque, il nostro excursus iniziale: le antiche feste patronali (solo le antiche e di più lunga tradizione però), le antiche feste rionali o di quartiere (ad esempio la Festa di Santa Maria della Consolazione in Piedimonte Matese), la lavorazione del tombolo a Gallo Matese, la tradizione dei tarallucci al naspro offerti fuori la Cappella di San Biagio a Piedimonte Matese dopo la celebrazione religiosa del 3 febbraio o, ancora, la tradizione della scampagnata serale del 2 luglio alla Festa dello Scorpeto di Piedimonte Matese, tra i profumi di lavanda. E non finisce qui, l’elenco è lunghissimo: la processione agostana del patrono di Alife, San Sisto, fra le mura della città, ma anche fuori le mura e lungo le campagne, il Brigantaggio sul Matese, il rituale pellegrinaggio degli abitanti dell’isola d’Ischia nel giorno del martedì in Albis lungo la mulattiera che conduce al Convento di Santa Maria Occorrevole. Ecco, dunque, una prima carrellata con alcuni lampanti esempi di quello che può essere definito patrimonio culturale immateriale del Matese. La sfida che può aprirsi al nostro Rotary è semplicemente straordinaria. Proviamo, per un attimo, ad allargare la prospettiva e ad immaginare di concentrare i nostri service più che sul concetto di bene “materiale” su quello di bene “immateriale”. Ci sono feste, tradizioni, usanze, persino dialetti, proverbi, modi di dire così di nicchia fra i nostri Comuni che, nel giro di pochi anni, saranno scomparsi del tutto. Avete mai riflettuto sulle sfumature dei dialetti dei nostri piccoli paesi? Conosciamo davvero le differenze semantiche o fonetiche fra il dialetto di San Gregorio Matese e quello di Gallo? Veniamo al sodo, dunque: lo straordinario territorio dell’Alto Casertano e del Matese offre, sì, mille spunti di ricerca per gli studiosi, ma altrettante emergenze culturali che è nostro compito preservare. Senza una azione illuminata e una concreta capacità di incidere realmente sulla memoria e sulla conservazione delle identità culturali delle piccole realtà delle aree interne andremo incontro ad un definitivo impoverimento del nostro grande giacimento culturale che ha permesso all’area alifano-matesina di conquistare un ruolo di primo piano, nel corso dei secoli, nello scenario della storia locale, antica e recente. Si potrebbe obiettare che tale tipo di azioni competano ai Comuni. Sì, in parte. Ma è prima di tutto compito di chi, nel tessuto sociale, può vantare un ricco corredo di competenze, di saperi, di capacità di ricerca e di attenzione verso i territori. E non si può che pensare al Rotary. E non si può che pensare, dunque, ad un vero e proprio Catalogo del patrimonio culturale immateriale dell’Alto Casertano e del Matese edito dal Rotary, viatico, stavolta sì, di una più incisiva azione da affidare in questo modo ai Comuni, in un sinergico e salutare impegno a staffetta. Un compendio delle più urgenti azioni di intervento a tutela della memoria e della nostra identità, da realizzarsi con le potenti armi del digitale e dell’intelligenza artificiale, attraverso il loro ragionato e consapevole uso. Pensiamoci. Ma non troppo. Il tempo stringe. E stringe per davvero.
Gianfrancesco D’Andrea






