Da diversi anni scrivo articoli sul Bollettino del Rotary Club Alto Casertano “Piedimonte Matese”, sull’onda di emozioni provate visitando luoghi particolari o di riflessioni su frammenti di vita vissuta. Esattamente come è accaduto per la trasferta rotariana alla Certosa di Padula e, più recentemente, per esigenze professionali, alla capitale dell’isola di Malta, nel bel mezzo del Mare Nostrum, al cospetto delle tele del Caravaggio. Ora, per il “Padre Nostro”, da poco modificato in qualche passaggio cruciale, che ha attirato la mia attenzione, non fosse altro per comprenderne le ragioni.
Sono state espresse, infatti, da qualche tempo, profonde riserve sulla attuale versione della bella preghiera gesuana del “Padre nostro”, soprattutto per quanto attiene al “Non abbandonarci alla tentazione” che ha sostituito nel Messale Romano la pregressa “Non indurci in tentazione”.
Teologicamente, Dio attraverso le tentazioni permesse, anche se non provocate direttamente, ci metterebbe alla prova, secondo l’antico adagio per cui “l’oro è saggiato dalla fiamma, per vedere se è puro o no; gli uomini, per vedere se sono probi, se sono buoni, devono essere saggiati dalla tentazione”.
Duole, ad alcuni sacerdoti appartenenti alle alte gerarchie vaticane, che la riformulazione sia avvenuta senza troppe spiegazioni, creando, a loro dire, sconcerto nei fedeli. Anzi, col tacito assenso di Papa Francesco, che ne avrebbe fatto espressione del proprio magistero.
Non è mia intenzione, in questa sede, interrogarmi sulla legittimità della traduzione del testo biblico. Servirebbero ben altre competenze. Piace far presente, ad onor del vero, che la “nuova traduzione” del Padre Nostro compare per la prima volta nel 2008 nella novella traduzione del Nuovo Testamento della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e, dunque, nelle Bibbie con testo CEI e nei Lezionari stampati dopo questa data; solo nel 2020, nel Messale Romano ed in ogni successivo momento liturgico. Tecnicamente, quindi, la nuova traduzione del Padre Nostro non è espressione del magistero di Francesco che, purtuttavia, ha apprezzato il testo, dimostrando di trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda della CEI.
Ora, che la traduzione del passo possa aver generato dubbi di legittimità è pienamente comprensibile, perché ogni traduzione porta con sé una soggettiva interpretazione, col rischio di tradire il pensiero dell’autore. Ma leggiamo, a proposito, ciò che Giuseppe Betori, Segretario Generale della CEI, scrisse quando, nel 2008, fu varata la nuova traduzione del Nuovo Testamento: “…Nel caso del Padre Nostro si è affermata l’idea che fosse ormai urgente correggere il ‘non indurre’, inteso comunemente in italiano come ‘non costringere’. L’ ‘inducere’ latino (o l’ ‘eisphérein’ greco) infatti non indica ‘costringere’, ma ‘guidare verso’, ‘guidare in’, ‘introdurre dentro’ e non ha quella connotazione di obbligatorietà e di costrizione che invece ha assunto nel parlare italiano il verbo ‘indurre’, proiettandola all’interno dell’attuale formulazione del Padre Nostro e dando a Dio una responsabilità – nel ‘costringerci’ alla tentazione – che non è teologicamente fondata. Ecco allora che si è scelta la traduzione ‘non abbandonarci alla’ che ha una doppia valenza: ‘non lasciare che noi entriamo dentro la tentazione’, ma anche ‘non lasciarci soli quando siamo dentro la tentazione…’ ”.
“Per molti secoli”, riflette il Consiglio dell’Istituto di Storia del Cristianesimo della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi di Napoli, “l’occidente cristiano, affidandosi in ambito ecclesiale al solo latino, ha cristallizzato le proprie formule, a cominciare dalle preghiere… Nondimeno, laddove un testo doveva apparire problematico o di difficile comprensione si interveniva su di esso, apportandone modifiche. E’ quanto avviene proprio per la sesta petizione del Padre Nostro, della quale circolavano varianti testuali che intendevano correggere evidentemente l’idea di un Dio tentatore.
Ne conserviamo un illustre esempio in Agostino che sembra preferire la variante ‘Et ne nos inferas in tentationem’, in uso con ogni probabilità nella Chiesa di Ippona, sebbene conoscesse anche la lezione ‘Et ne nos inducas in temptationem’. Egli spiega che il verbo ‘induco’ sia da intendere nel senso esplicitato dalla variante ‘Ne nos patiaris induci in tentationem’, la quale – secondo la sua stessa testimonianza – veniva impiegata da molti (‘multi in precando dicunt’) nella preghiera.
L’attuale lettura del Padre Nostro, lungi dunque dall’essere un’offesa o una violenza all’originale greco, riflette l’inestinguibile bisogno degli uomini di entrare in contatto con le parole del passato perché queste continuino a nutrire il nostro presente”.
Particolare curioso (comprensibile solo per i tempi lunghi necessari per l’approvazione del nuovo testo nel Messale Romano) è che il “Non abbandonarci alla tentazione” presente nella preghiera in lingua italiana trovi ancora oggi il corrispettivo “Ne nos inducas in temptationem” in quella in lingua latina.
Attilio Costarella







